Giornalismo dell’orrore

Oggi gran parte dei TG e dei quotidiani si sono occupati del così chiamato “turismo dell’orrore” legato al naufragio della Costa Concordia. Desta scalpore il fatto che un sacco di gente abbia approfittato del primo weekend di sole per farsi un giro al Giglio e fotografare il relitto.

I giornalisti che riportano la cosa esprimono a piacimento vari gradi di sdegno verso il fenomeno. Alcuni lo condiscono di sarcasmo, riportando a mo’ di farsa gli accenti regionali dei vari malcapitati curiosi, altri – la maggioranza -  ci vanno giù con toni pesanti. Ecco che i turisti vengono allora descritti come “morbosi”, “cinici”, “voyeur”, con il “gusto dell’horror”, “il pallino del macabro”. Pronti a “spiare il dolore degli altri” per “sentire un emozione forte” armati di “smertphone, palmari, microtelecamere”.

Gli articoli entrano nel dettaglio descrivendo l’abbigliamento (vistoso) dei turisti del dolore, raccontandone i blasfemi pranzi al sacco (panini e scatolette) sugli scogli davanti al relitto e, soprattutto, sottolineando la loro “ricercata” commozione. Le descrizioni che leggiamo negli articoli non raggiungono però il grado di disprezzo espresso dal tono di voce dei giornalisti televisivi usato per descrivere la morbosità dei curiosi, un tono che però cambia radicalmente quando poi passano ad intervistarli – “signora è riuscita a vedere il relitto?” – pronti a metterne in luce i lati più grotteschi – “Quante ore di macchina avete fatto per venire qui?” – e più infantili – “se lo aspettava così?”.

D’altra parte, viene ricordato, il turismo dell’orrido è una “moda” che in Italia si va consolidando di tragedia in tragedia. Addirittura un articolo dell’agenzia AdnKronos ripercorre, partendo dal Giglio, le tragedie e i relativi luoghi che sono stati più gettonati negli anni:  Avetrana, Cogne, Perugia etc.

Probabilmente nel caso del Giglio c’è anche qualcosa di diverso. L’occasione di fotografare qualcosa di spettacolare come la più grande nave mai affondata può tentare molti, non solo gli appassionati delle tragedie mediatiche. Ciononostante è lecito pensare che sia la voglia di essere là, nel posto di cui parlano tutti i giornali, la principale motivazione di questi gitanti.

In effetti, anch’io me li ricordo i servizi televisivi sulle macchine in fila per vedere dal vivo la villetta di Avetrana. Erano un pugno allo stomaco per tutti noi spettatori da casa che, naturalmente, ci identificavamo con lo sdegnato giornalista e mica con l’altro spettatore morboso che in coda aspettava il proprio turno di passare davanti al cancello, e giustamente ci scandalizzavamo davanti a tale bassezza d’animo.

Quello che però non sembra emergere da nessun articolo o servizio TV, per quanto approfondito possa essere, è che il personaggio veramente in malafede in tutto ciò è proprio il giornalista, unico vero responsabile della nascita di questo morbo su larga scala, che colpisce persone che hanno sentito ripetersi per giorni, attraverso foto, video, interviste, aprofondimenti, tutti i più minuziosi e irrilevanti dettagli della tragedia. Persone inconsapevolmente sottoposte ad un tam-tam quotidiano di messaggi – via TV, giornali, radio, Internet -  che vertono tutti sulla storia di grido del momento. Ignari consumatori di prodotti confezionati ad hoc attraverso tutti i tipi di enfatizzazioni possibili – colonne sonore drammatiche, voci fuoricampo, crescendo narrativi -  che mirano al solo scopo di creare maggior fame di notizie, maggior bisogno di dettagli, maggiore dipendenza dagli organi di informazione.

Lo scopo viene immancabilmente raggiunto. Molti sventurati si sentono infine personalmente coinvolti dalla tragedia e sale  il bisogno di avvicinarsi a quei luoghi e quei personaggi che ormai popolano i discorsi e le fantasie alla stregua di posti glamour e divi famosi. Naturalmente sono i più deboli culturalmente ad essere i più colpiti. Ecco quindi che ignoranti ragazzotti di provincia, nonne, casalinghe con la quinta elementare partono alla volta del Giglio o della villetta di Cogne, per poi finire sbeffeggiati e derisi da quegli stessi personaggi che li hanno plagiati e che lucrano sulla loro impressionabilità.

Ma la preoccupazione dei giornalisti sdegnati non sarà in fondo quella che una qualunque donna del popolo, armata di iPhone, finisca non solo per rubargli lo scoglio del pranzo, ma anche gli spettatori e infine il lavoro?

Un Commento to “Giornalismo dell’orrore”

  1. Concordo con il corpo dell’articolo, è ipocrita quello sdegno da parte degli stessi giornalisti che per setttimane hanno alimentato il tam tam tum tum.
    Che fare? Mi sembra costruttiva la proposta di Luca Sofri “Serve una ricostruzione culturale della domanda e si può fare soltanto creando un’offerta diversa, cercando di non dopare troppo i risultati”, la si trova in questo interessantissimo articolo del Foglio sul futuro del giornalismo online http://www.ilfoglio.it/soloqui/12253

    Sulla tua conclusione, non concordo però :) Più che rubargli il lavoro, spesso, le casalinghe con l’iPhone gli forniscono video e foto gratuite, al giornalista, che ci si gonfia anche il petto all’insegna del citizen journalism :)

    in definitiva, lo sdegno è ipocrita due volte. Perchè proviene da chi ha contribuito a creare quell’attenzione morbosa, e perchè contiene dentro di sè la soddisfazione per il lavoro ben riuscito. Se si crea attenzione morbosa, infatti, quando questa si manifesta concretamente sul luogo del delitto cosa altro c’è da pensare se non “missione compiuta”?

    saluti

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