Ammetto di averlo scelto per la copertina, che mi è piaciuta subito. La graziosa bambina in minigonna e anfibi mi rievocava i manga della fanciullezza e l’amato grunge dell’adolescenza. La sinossi sembrava divertente. Quindi l’ho comprato.
Probabilmente non è giusto recensire un libro che non si è finito di leggere (anche se malignamente suppongo sia prassi per molti critici proffessionisti), ma tale è stato il fastidio nel leggere parte di questa Eleganza del riccio che ho voglia di parlarne, soprattutto per non dover pensare mai più al mio sagace acquisto di 320 pagine di carta da riciclare. Ma forse farò un regalo allla moltitudione di entusiasti e opterò per il book-crossing, ovverò abbandonerò il volume su una panchina, così almeno qualcuno non dovrà comprarselo e io mi sentirò meno cretina per avere buttato 20 euro.
Proverò a giustificare in qualche modo queste mie gratuite cattiverie verso il romanzo. Il libro è scritto in prima persona e i capitoli rappresentano una sorta di “estratto” dai diari delle due protagoniste, una portinaia intellettuale e una bambina cinica e disincantata, che vivono nello stesso palazzo. Un posto dove le classi sociali sono più o meno rimaste immutate dai tempi de I miserabili, con l’aggiunta della televisione. Dalla descrizione degli abitanti del palazzo è già chiara, da parte dell’autrice, una visione della upper-class europea che definirei, per assurdo, folkloristica (i ricchi superficiali e profumati, imbarazzati dalla natura animale dei loro cani), mentre viene riservato alla descrizione dei poveri lavoratori uno spessore inusitato, direi quasi una bidimensionalità: di gusti semplici ma con un cuore grande così.
Prima di fare l’incauto acquisto di questo romanzo, ne avevo letto qualche riassuntino promozionale sul catalogo dell’Euroclub e su internet. Devo dire mi aveva incuriosito la descrizione della portinaia, la co-protagonista del romanzo. Avevo letto, infatti, che il personaggio era una donna di umili origini che si era creata da autodidatta un’immensa cultura e che teneva ben nascosta dietro la recita quotidiana dello stereotipo della portinaia incolta e sgrammaticata. Pensavo, ovviamente, che questa descrizione non fosse altro che il riassunto scritto a scopo promozionale da un redattore della casa editrice, che a grandi linee spiegava il personaggio principale del libro. Mi sbagliavo. Questo è precisamente il modo in cui l’autrice descrive il personaggio principale del suo romanzo. Non lo fa scoprire a poco a poco, pagina dopo pagina, creando una conoscenza intima fra il lettore e la protagonista. Lo spiattella pari-pari nelle prime righe del primo capitolo e lo ripete per le restante ottanta pagine (probabilmente per le restanti 250 pagine, ma io mi sono limitata a ottanta), arricchendo il discorso con delle lezioncine di filosofia-for-dummies totalmente inutili al fine del racconto ma che dovrebbero spiegare come la protagonista si sia spiagata con buonsenso e praticità anche i più criptici passaggi di Husserl e compagnia.
Quando dice che anche i poveri preferiscono morire nel loro letto piuttosto che in ospedale, ho avuto un principio di nausea. Quando parla del modo sdegnoso con cui i ricchi del palazzo guardano alla coppia di portinai,mi sono chiesta se fossero stati loro ad adottare Cosette.
La portinaia nonè l’unica voce a guidarci nel romanzo, i capitoli da lai narrati sono intervallati da quelli della bambina. Scanso equivoci (e ce ne potrebbero essere molti) è stato scelto un carattere tipografico differente per le voci dei due personaggi, come a sottolineare che for-dummies non è solo la filosofia ma anche la narrativa in genere. La bambina è un personaggio che di realistico ha poco o niente, parla esattamente come la portinaia, ovvero come una donna prossima ai quaranta (non mi sono informata sull’età dell’autrice, giuro) in particolare la sua fascinazione per l’estetica “primordiale” dei giocatori degli AllBlacks ha quel tipico sapore dei commentini volgarucci delle donne intellettual-chic di mezza età, sex&thecity docet. Per la cronaca, la bambina ha deciso di suicidarsi a 12 anni (ma qualcosa mi dice che alla fine del libro non lo farà) previo incendio del suo appartamento. La descrizione della sua famiglia invece, quella sì, è puerile, ma non nel senso in cui vorrebbe l’autrice.
Insomma l’ho piantato lì e l’ho lanciato ai piedi del letto. Sono arrivata a quando la portinaia e la donna delle pulizie si godono l’antico rito purissimo del thè, esaltandone il colore, l’aroma, il benessere, il silenzio, la complicità. Scommetterei che fosse thè verde.
Mi rendo conto che non sia carino dire peste e corna di un libro che non si è finito. Ma il solo pensiero che sarebbe arrivato un personaggio orientale che con la sua visione diversa del mondo avrebbe sistemato le cose mi ha fatto desistere definitivamente dal perseverare nella lettura. Può darsi che, infine, la snob sia io, ma che barba questa Barbery!
Avanti, milioni di lettori felici, ditemi cosa mi sono persa nel resto del romanzo, di quanto e come cambia lo stile…Insomma, ditemi perchè a voi è piaciuto, che magari mi ricredo.
In regalo, a chi mi convince, una copia del libro comenuova, appena appena ammaccata..
Tag: Barbery, L'eleganza del riccio
16 Giugno, 2008 alle 5:34 pm |
Non l’ho letto
17 Giugno, 2008 alle 6:25 pm |
[...] blog appena nato. Potete darle retta in fatto di cinema, di libri, e di pensieri sparsi. Se dovesse parlare di politica… beh, vedete [...]
10 Luglio, 2008 alle 2:31 am |
Ciao, secondo me è un libro bellissimo. Certo ke giudicarlo senza averlo letto non è lecito. E’ stato letto da un sacco di persone. Avranno pur qualche ragione?
19 Gennaio, 2009 alle 3:51 pm |
Sono pienamente d’accordo con Giulia, anche se ho letto solo 30 righe di questo post…
6 Novembre, 2009 alle 4:12 pm |
All’inizio mi pareva un libro noioso che faceva quasi fatica a partire e infatti non succedeva quasi niente di ecclatante quindi anch’io andavo avanti a leggerlo pesantemente ma ad un certo punto circa a pagina 100 o qualche pagina dopo la storia inizia ad incalzare cosicchè mi ha portato a leggere 220 pagine tutte in un giorno. E’ un libro che merita. Anche se ammetto che certi pensieri su Paloma,la bambina,li avrei omessi perchè la storia vera che interessa è quella di Renee.