Wow, sono elettrizzata. Per due ragioni. La prima è perchè ho trovato qualcuno – Alfredo – che ha letto il mio blog non allo scopo di trovare pin-up zombie o gadget duff (che a quanto pare sono introvabili visto che la gente li cerca QUI). La seconda perchè il commento di Alfredo mi offre la scusa per inaugurare una tipica rubrica, che non deve e non può mancare fra fanfaluche che si rispettino: la Top Ten List, signori e signore!
Quindi questo post sarà sia la prima top ten del vostro blog preferito sia una risposta ad Alfredo, che mi perdonerà se parlando non mi rivolgo direttamente a lui: è che mi piace fingere di avere un pubblico da non escludere. Sorge però subito un problema: la top ten list che propone Alfredo riguarda un qualcosa che non ho idea di che sia:
le ekfrasi.
Alfredo sembra dare per scontato che una persona che critica pubblicamente un libro, come io ho fatto con La solitudine dei numeri primi, debba certamente sapere cosa siano queste ekfrasi. E’ stato comunque gentile nel suggerirmi che si tratta di “descrizioni aggettivate”.
Tutto qui? Non ci posso credere; una cosa che si chiama ekfrasi dev’essere ben più complessa, che diamine.
Wikipedia – attenzione – non ha ancora una voce in capitolo (wow non credevo che avrei mai usato questa frase in senso letterale, che giornata).
Le vaghe reminiscenze del greco liceale non mi aiutano perchè riguardano più che altro il tic linguistico del mio prof. Recupero quindi una pagina di Eco , il quale dice chiaro e tondo che l’ekfrasi, in letteratura, è una “descrizione formale”, tipicamente di un’opera d’arte o di un elemento architettonico, ma anche di un luogo o comunque di uno spazio; ne è un famoso esempio la descrizione dello scudo di Achille nel canto 18 dell’Iliade.
Bene, sembra facile. Torniamo ad Alfredo. Secondo lui sono stata un po’ snob quando facevo del sarcasmo sulle frasi estrapolate dal libro di Giordano, che a suo parere è ben scritto. Alfredo pensa che sia stato sleale da parte mia estrapolare quelle “ekfrasi”, che comunque, in quanto ekfrasi, sono un osso duro per la maggioranza degli autori. Ammesso che le ekfrasi non siano un buon metro di giudizio per valutare un autore, procedo con il controllo delle “frasi sleali” che ho scelto.
Ekfrasi? Ma siamo sicuri?
La prima: Se la fece addosso. Non la pipì. Non solo. Alice sia cagò addosso , alle nove in punto di una mattina di gennaio. Se la fece nelle mutando e nemmeno se ne accorse.
Questa non è una descrizione formale. Anche ammettendo Manzonianamente che la cacca di Alice fosse un’opera d’arte, Giordano non scrive “Alice produsse una massa semimolle di materia organica marrone”. L’autore con una reiterazione del soggetto-popò declinato in svariati modi, che non sono mai una descrizione formale, suggerisce al lettore una sensazione: lo schifo. Si tratta quindi di un piccolo artificio volto a provocare una reazione specifica in chi legge. Per quanto mi riguarda ha centrato il segno ma non nel modo cui mirava.
La seconda: L’orribile vaso in ceramica bianca [...] più volte Alice aveva provato l’impulso di scaraventarlo a terra e di gettarne i minuscoli ed inestimabili frammenti nel cassonetto di fronte alla villa, insieme alle confezioni di Tetra Pak del purè in scatola. agli assorbenti usati, non certo da lei, e ai blister vuoti degli ansiolitici di suo padre
Questa secondo me si avvicina di più a un’ekfrasi, anche se a ben guardare è un elenco e basta. C’è però una certa descrizione formale dello spazio nell’elenco degli oggetti contenuti nel cassonetto, che, se vogliamo, può anche essere considerato un elemento architettonico, almeno nel senso moderno del design industriale. E vale anche per il vaso, dai frammenti inestimabili (sarà anche difficile aggettivvare, ma, anche nel caso in cui si voglia ricalcare il pensiero di Alice, il vaso inestimabile è plagio da la Pantera Rosa). La formalità della nostra descrizione è anche parecchio guastata, di nuovo, dalla volontà di far provare un sentimento di schifo morboso al lettore. Nel cassonetto spiccano assorbenti e ansiolitici. E per di più con specificazioni: gli assorbenti non usati da lei, gli ansiolitici di suo padre. Giordano ti accosta la spazzatura alla vita intima e familiare della protagonista. Insomma è una ekfrasi come quello che ho scritto è una ekfrasi di quello che ha scritto lui. Come dire, tutto il mondo è ekfrasi.
E dato che tutto il mondo non è ekfrasi, ecco che anche questo passaggio non lo è: Era convinta che il vero problema fossero le sue guance, troppo gonfie e paonazze. Soffocavano gli occhi, mentre lei voleva che le schizzassero fuori dalle orbite e si piantassero, come schegge appuntite, nello stomaco dei ragazzi che li incrociavano. Quale sarebbe la descrizione formale? Di formale vengono usati 3 aggettivi, 2 per le guancie e uno per le schegge. Il resto è una fantastica similitudine. Così come una fantastica doppia similitudine è “Il suo segreto aveva un nome terribile che si adagiava come un telo di nylon su tutti i suoi pensieri e non li lasciava respirare. Se ne stava lì, a pesare dentro la sua testa come una condanna certa, con la quale prima o poi avrebbe dovuto fare i conti“. Niente ekfrasi neanche qui.
Ok sono snob, è vero. Giordano non è Hugo, ovvio. Però mi si permetta di canzonare un autore che è a mio avviso molto mediocre e che viene salutato come una delle promesse della letteratura italiana contemporanea.
Detto, questo, caro lettore che mi hai seguito fin qui, procediamo con la tanto attesa e agognata
TOP TEN LIST DELLE EKFRASI + FIGHE (che mi vengono in mente e che trovo su google):
10 )
Alta sulla città, in cima a una colonna, stava la statua del Principe Felice. Era tutta ricoperta di sottile foglia d’oro zecchino, e per occhi aveva due lucenti zaffiri, e un grosso rubino ardeva rosso sull’elsa della sua spada. (Wilde, Il principe felice)
9 )
Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi, la casa, l’aspetto della tenuta, i muri squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi maleolenti, alcuni bianchi tronchi d’albero ricoperti di muffa; contemplai ogni cosa con tale depressione d’animo ch’io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo. (Poe, La caduta della casa degli Usher)
8 )
Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Per esempio, nella Settantesima Est c’è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appartamento newyorchese. Era una stanza sola affollata di mobili di scarto, un divano e alcune poltrone paffute, ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che ricolleghiamo alle giornate d’afa in treno. Le pareti erano a stucco, di un colore che ricordava uno sputo tabaccoso. Dappertutto, perfino in bagno, c’erano stampe di rovine romane, molto vecchie e tempestate di puntolini scuri. L’unica finestra dava sulla scala di sicurezza. Ma, anche così, mi si rialzava il morale ogni volta che mi sentivo in tasca la chiave del mio appartamento; (Capote, Colazione da Tiffany)
7)
In testa un principe
il piu’ lodevolmente non panciuto,
al suo fianco, la principessa,
giovane, leggiadrissima.
Dietro di loro, le dame di corte,
da incorniciare, in verita’,
e un paggio, il piu’ donzello,
e sulla spalla del paggio
qualcosa di assai scimmiesco
col piu’ strabuffo dei musetti
e una codina.
Seguono tre cavalieri,
e ognuno si fa in quattro,
e se uno ha l’aria dura,
l’altro tosto ha l’aria rude,
e se uno cavalca un baio,
di piu’ bai non ce n’e',
e tutti come sfiorando con gli zoccoli
le margherite le piu’ al ciglio della strada.
(Szymborska, Miniatura Medievale)
6 )
Fu allora che vidi il Pendolo.
La sfera, mobile all’estremità di un lungo filo fissato alla volta del coro, descriveva le sue ampie oscillazioni con isocrona maestà.
Io sapevo – ma chiunque avrebbe dovuto avvertire nell’incanto di quel placido respiro – che il periodo era regolato dal rapporto tra la radice quadrata della lunghezza del filo e quel numero π che, irrazionale alle menti sublunari, per divina ragione lega necessariamente la circonferenza al diametro di tutti i cerchi possibili – così che il tempo di quel vagare della sfera dall’uno all’altro polo era effetto di un’arcana cospirazione tra le più intemporali delle misure, l’unità del punto di sospensione, la dualità di una astratta dimensione, la natura ternaria di π, il tetragono segreto della radice, la perfezione del cerchio. (Eco, Il pendolo di Foucault)
5 )
Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie. (Hemingway, Addio alle armi)
4 )
[...] e i marinai che giocavano al piattello e alla cavallina come dicevan loro sul molo / e la sentinella davanti alla casa del governatore con quella cosa attorno all’elmetto bianco / povero diavolo mezzo arrostito / e le ragazze spagnole che ridevano nei loro scialli / e quei pettini alti / e le aste la mattina i Greci e gli ebrei e gli Arabi e il diavolo chi sa altro da tutte le parti d’Europa / e Duke street e il mercato del pollame / un gran pigolio davanti a Larby Sharonl / e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati / e gli uomini avvolti nei loro mantelli / addormentati all’ombra sugli scalini / e le grandi ruote dei carri dei tori / e il vecchio castello vecchio di mill’anni / sì e quei bei Mori tutti in bianco / e turbanti come re / che ti chiedevano di metterti a sedere in quei loro buchi di botteghe / e Ronda con le vecchie finestre delle posadas / fulgidi occhi celava l’inferriata / perché il suo amante baciasse le sbarre / e le gargotte mezzo aperte la notte / e le nacchere / e la notte che perdemmo il battello ad Algesiras / il sereno che faceva il suo giro con la sua lampada / e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo / Oh e il mare / il mare qualche volta cremisi come il fuoco / e gli splendidi tramonti / e i fichi nei giardini dell’Alameda / sì e tutte quelle stradine curiose / e le case rosa e azzurre e gialle / e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus / e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna / sì quando mi misi la rosa nei capelli / come facevano le ragazze andaluse / o ne porterò una rossa / sì [...] (Joyce, Ulisse)
3)
Arrivavano ritardatari affannati: barili, gomene, cesti di biancheria intralciavano il passaggio; i marinai non prestavano orecchio a nessuno; la gente si urtava, i bagagli si ammucchiavano fra i due tamburi delle ruote. Il frastuono era assorbito dal sibilo del vapore che sfuggiva dalle lastre di lamiera e avvolgeva ogni cosa in una nube biancastra, mentre la campana a prua squillava senza posa. (Flaubert, l’educazione sentimentale)
2)
La Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Aggiungo: infinita. (Borges, Finzioni)
1)
“La vita, istruzioni per l’uso” di Perec
…IL LIBRO EKFRASI!
Non sono tutti morti.